Per anni, la domanda “perché l’AI Coaching proprio ora?” sembrava invitare a ragionare sul futuro. Nella mia conversazione con Anke Paulick è emersa invece come una questione operativa per i responsabili HR e L&D, che non hanno più il lusso di aspettare. Le persone usano già l’AI per chiarire un ragionamento, scrivere, valutare decisioni, esercitarsi o cercare un riscontro emotivo. Per quanto un eventuale programma L&D formale sia ancora in fase di definizione o acquisto, questo comportamento è già presente nell’organizzazione.Perché l’AI Coaching oggi non è più una domanda sul futuro

Nel podcast Speexx Exchange ho parlato della governance dell’AI Coaching con Anke Paulick, presidente del Chapter tedesco di ICF. Anke ha condiviso il punto di vista della International Coaching Federation in una conversazione professionale dal vivo, in cui le chiedevo perché questo momento sia diverso dopo decenni di ricerca sull’AI e molti anni di strumenti di coaching digitale. La sua risposta è stata diretta: l’AI Coaching non è uno scenario futuro. È già qui, viene già utilizzato e sta già cambiando il modo in cui le persone valutano accesso, scala, qualità e fiducia nel coaching.

L’inquadramento cambia la conversazione con chi acquista: i responsabili HR e L&D non stanno più decidendo se le persone sperimenteranno con l’AI, ma se l’organizzazione può offrire un modo più sicuro, trasparente e con maggiore rigore metodologico per usarla nella riflessione e nello sviluppo. L’AI Coaching responsabile diventa così una risposta a un comportamento reale, invece di restare un progetto di innovazione ipotetico.

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L’uso dell’AI è entrato nella dimensione umana del lavoro

Anke ha aperto la parte della conversazione dedicata al “perché ora” con la ricerca recente di Marc Zao-Sanders e Sara Biuk sull’uso dell’AI. Il loro articolo del 2026 su Harvard Business Review, How People Are Really Using AI in 2026, analizza 12.637 casi d’uso ricavati da un database di quasi 50.000 record raccolti tra marzo 2025 e febbraio 2026. Il lavoro nasce da AI in the Wild, che osserva come le persone usano davvero l’AI, invece di partire dal modo in cui i fornitori la presentano.

Da questi dati emerge un fatto che i team L&D non possono ignorare: l’AI non è più confinata al coding, alla generazione di contenuti o all’automazione. Le persone la usano anche come supporto personale e professionale, per ragionare, prepararsi, prendere decisioni o chiedere indicazioni sulle relazioni; in alcuni casi, la usano perfino come compagnia. Parallelamente, la sintesi di HBR segnala una crescente preoccupazione per il “thinkslop”, termine usato quando una persona delega all’AI una parte eccessiva della responsabilità cognitiva. Sebbene questa preoccupazione non sia un motivo per rifiutare l’AI Coaching, indica perché i sistemi di coaching devono preservare la riflessione invece di sostituirla.

Nel podcast, Anke ha trattato questo fenomeno come una questione di qualità del coaching. Se le persone usano già strumenti di AI generalisti per ragionare sul lavoro e sulla vita, il settore del coaching deve definire in che cosa l’AI Coaching differisce da una chat generalista. La differenza può sembrare sottile nell’interfaccia, ma è sostanziale nella progettazione: un sistema di coaching formula domande più efficaci, tutela i confini professionali, richiama la persona alla propria responsabilità e rispetta i suoi valori, riconoscendo quando il tema ha oltrepassato il perimetro del coaching.

Per chi acquista in ambito enterprise, il problema concreto è che le persone raramente separano queste categorie in modo netto. Chi vuole prepararsi a una conversazione difficile può partire da uno strumento di AI disponibile al pubblico; un manager che deve ragionare su un conflitto nel team può trattarlo come un coach; una persona appena inserita in un programma globale per talenti può chiedere un role play prima di parlare con uno stakeholder senior. Il comportamento assomiglia a un’attività di apprendimento, ma può coinvolgere dati sensibili, rischio manageriale e sfumature culturali, oltre a pressione emotiva.

Anke Paulick, presidente del Chapter tedesco di ICF, sulla necessità di definire ora standard per l’AI Coaching.

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L’accesso conta, ma non basta a sostenere il business case

L’AI Coaching interessa chi acquista perché può essere scalabile, e non si tratta di una falsa promessa. Il coaching umano ha valore, ma è costoso e la disponibilità è limitata, tanto che molte organizzazioni lo riservano alla leadership senior, agli high potential o a momenti di bisogno specifico. L’AI crea un nuovo modello di accesso per persone che ricevono raramente supporto di coaching: chi affronta per la prima volta un ruolo manageriale, chi guida progetti o passa da una specializzazione a responsabilità di leadership, i team internazionali e chi deve prepararsi a una conversazione di feedback. Può inoltre offrire uno spazio riservato in cui esercitarsi prima di parlare.

La ricerca di Terblanche citata da Anke mostra perché la tesi dell’accesso merita attenzione. Nel confronto del 2022 pubblicato su PLOS ONE tra coaching umano e AI Coaching per il raggiungimento degli obiettivi, entrambi hanno ottenuto risultati migliori dei gruppi di controllo e, alla fine delle prove, in quel contesto definito il coach basato sull’AI è risultato tanto efficace quanto un coach umano. Un altro trial randomizzato e controllato di Coach Vici ha seguito per sei mesi un gruppo sperimentale che utilizzava Vici e ha raccolto otto misurazioni su raggiungimento degli obiettivi, resilienza, benessere psicologico e stress percepito. Il gruppo sperimentale ha registrato un aumento statisticamente significativo nel raggiungimento degli obiettivi, mentre le altre misure non hanno mostrato risultati significativi. La ricerca è disponibile su PLOS ONE e nei materiali collegati di Coach Vici.

La precisione di questi risultati è il loro valore: non dimostrano che l’AI possa sostituire il coaching umano, ma che, in determinate condizioni, un AI Coaching strutturato e focalizzato sugli obiettivi può contribuire al loro raggiungimento. Per i responsabili HR e L&D, il business case diventa credibile proprio all’interno di questo limite. L’AI Coaching funziona meglio quando amplia l’accesso a una riflessione focalizzata, alla preparazione e all’esercitazione; il coaching umano resta centrale quando complessità, emozioni, dinamiche tra stakeholder, identità, valori o rischio richiedono giudizio umano.

Anche la domanda sul budget diventa più matura. Chi acquista guarda oltre il costo più basso e cerca più percorsi di coaching a parità di budget, maggiore continuità tra le sessioni con un coach umano e accesso per gruppi di persone finora esclusi dal coaching, senza rinunciare a una personalizzazione governata. È un’aspettativa più solida di un semplice “facciamolo costare meno”.

Il framework ICF dà struttura a un mercato che corre più veloce delle policy

Il punto di vista ICF di Anke è utile perché evita di obbligare chi acquista a scegliere tra entusiasmo e cautela. L’ICF AI Coaching Framework si articola in sei ambiti: Foundation, Co-Creating, Communicating, Cultivating, Assurance and Testing e Technical Factors. Quattro riguardano direttamente la logica del coaching; due affrontano invece la governance specifica dell’AI, compresi validazione e monitoraggio dei bias, oltre a privacy, sicurezza, resilienza e accessibilità.

La ripartizione in sei ambiti impedisce che la discussione si riduca alla qualità dell’interfaccia: una demo può mostrare se l’AI comunica in modo fluido, ma non se il sistema sottostante dispone di un protocollo testato per le situazioni di disagio, se i prompt si fondano su una metodologia di coaching o se i dati delle persone restano privati. Nello stesso modo, non dimostra se i test sui bias includono utenti eterogenei o se il fornitore ha definito un modello di responsabilità con ruoli identificabili. Il framework ICF porta quindi chi acquista verso le prove.

La guida pratica ICF all’integrazione tra AI e coaching estende la stessa logica e considera l’AI Coaching come un sistema completo, non come una semplice chat. Per l’L&D enterprise questa prospettiva conta perché l’implementazione coinvolge IT e acquisti, insieme al dipartimento legale e di protezione dei dati, comitati aziendali e HR business partner. Entrano poi in gioco i manager e le persone che useranno lo strumento, e saranno proprio loro a decidere se lo percepiscono come abbastanza sicuro da poterlo usare senza riserve.

Il Global Sentiment Survey 2026 di Donald H. Taylor offre un contesto utile. Il rapporto descrive un ambiente ad alta pressione per L&D e osserva che l’AI sta aumentando lo stress invece di ridurlo. Il collegamento con la tesi di Anke è diretto: l’adozione dell’AI non alleggerisce automaticamente il lavoro dei team L&D e, in alcuni casi, aggiunge nuove incertezze su qualità, competenze, prove e governance.

La personalizzazione diventa sviluppo solo con confini chiari

La personalizzazione attrae perché la persona ne percepisce subito l’effetto. Un sistema di coaching che si adatta al ruolo, all’obiettivo, al livello linguistico e al contesto culturale risulta più pertinente di un corso statico, soprattutto quando tiene conto anche della situazione concreta del momento. Il vantaggio è reale: amplia l’accesso a chi lavora in regioni diverse, si trova in fasi di carriera differenti o affronta situazioni comunicative molto varie.

Senza confini, però, la personalizzazione può scivolare verso il consiglio, la dipendenza o una falsa intimità. La prospettiva ICF di Anke mantiene la personalizzazione legata allo scopo del coaching: il sistema aiuta la persona a riflettere, definire obiettivi ed esplorare opzioni, quindi a esercitarsi e decidere azioni coerenti con i propri valori. Non deve fingere di conoscere la persona meglio di quanto lei conosca se stessa, trattare il disagio emotivo come una questione da affrontare attraverso il coaching, né inserire messaggi aziendali in uno spazio che viene percepito come privato e dedicato allo sviluppo.

In un contesto enterprise, questo confine tutela anche l’adozione. Le persone difficilmente userebbero l’AI Coaching con sincerità se sospettassero che il proprio manager o il team HR possa leggere le conversazioni individuali. Potrebbero provarlo una volta, ma una riflessione autentica richiede fiducia; per questo, chi acquista deve stabilire un limite netto sull’accesso ai dati. Le metriche di utilizzo e i dati aggregati possono aiutare L&D a capire l’adozione e il valore del programma, ma il contenuto individuale deve restare fuori dal reporting manageriale.

Speexx AI Coaching si inserisce in questo quadro perché fa parte di Speexx Coaching™ e di un modello professionale di sviluppo. Speexx Coaching™ riunisce coaching 1:1, Group Coaching, Team Coaching e AI Coaching, mantenendo centrale l’esperienza umana quando il lavoro richiede maggiore profondità. L’orchestrazione dei formati è il punto: l’AI può ampliare l’accesso e creare continuità, il coaching umano affronta il lavoro più complesso e il Team Coaching accompagna il cambiamento organizzativo quando la riflessione individuale da sola è troppo limitata.

La prospettiva Speexx: l’AI rende più visibili le competenze comunicative

Speexx è l’infrastruttura aziendale per le competenze comunicative. In questo articolo la formula ha un significato molto concreto, perché l’AI Coaching entra spesso nell’organizzazione attraverso problemi di comunicazione: feedback e conflitti, conversazioni di leadership, influenza sugli stakeholder, incomprensioni interculturali, confronti sul percorso di carriera o sulla performance. Non sono momenti isolati legati alle soft skill, ma parte del funzionamento quotidiano di un’impresa globale.

Per un’organizzazione, la conseguenza è concreta: sono proprio queste situazioni quotidiane quelle in cui fiducia, contesto e giudizio contano di più. Per questo l’AI Coaching responsabile deve collegarsi al più ampio modello di sviluppo, insieme a coaching umano, Mentoring, sviluppo linguistico e Intercultural Programs, in linea con gli standard che l’impresa usa già per governare la qualità.

Per Speexx, Speexx Coaching deve quindi combinare riflessione assistita dall’AI con esperienza umana e misure di protezione adatte all’impresa, oltre a standard e certificazioni chiari. L’AI Coaching può raggiungere più persone e coprire più situazioni, ma crea valore solo quando l’organizzazione può fidarsi del modo in cui viene progettato, governato e migliorato.

La prospettiva Fosway rafforza questa direzione enterprise. Speexx è stata riconosciuta Core Leader nel Fosway 9-Grid for Digital Learning 2026, un riconoscimento coerente con il passaggio dalle categorie specialistiche di formazione a una logica di digital learning suite. Concretamente, l’AI Coaching funziona meglio quando non diventa l’ennesimo strumento isolato tra i sistemi HR, ma si collega a un modello più ampio di competenze.

La domanda “perché l’AI Coaching proprio ora?” non nasce più dalla curiosità, oggi riguarda la governance. Le persone usano già l’AI per ragionare, prepararsi, decidere e affrontare situazioni difficili. I responsabili HR e L&D possono lasciare che questo avvenga in spazi frammentati e non governati, oppure offrire un ambiente di coaching professionale con finalità e misure di protezione più chiare, sostenuto da prove migliori, mantenendo un rapporto più sano tra competenza umana e scala dell’AI.

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