Grandi dimissioni | Oltre allo “Yolo” c’è di più: la questione di genere e i contratti precari

“Sono così stanca che potrei lasciare il mio lavoro” è una frase della canzone Brutal, uscita a maggio 2021, della teen star Olivia Rodrigo. Seguitissima negli USA, la cantante sembra aver percepito l’angoscia di molti lavoratori americani. Si sente parlare sempre di più, infatti, di “grandi dimissioni”, il fenomeno che negli Stati Uniti ha portato circa 24 milioni di persone a lasciare il proprio impiego nei primi tre trimestri del 2021.

Fenomeno che registra numeri da record senza segni di regressione e che ha attraversato l’Oceano per arrivare anche in Europa e in Italia. Secondo il Chief Economist di Linkedin Karin Kimbrough la pandemia ha dato un’opportunità in più per fermarsi a pensare alla propria vita e sono sempre più comuni slogan come YOLO: “You only live once”. Eppure, non è tutto YOLO come sembra, o meglio non si lascia il lavoro solo per il sogno di cambiare vita e “godersela di più”.

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Uno sguardo all’Italia

Secondo gli ultimi dati del Ministero del Lavoro in Italia sono 524mila i lavoratori che hanno lasciato il proprio posto tra luglio e settembre del 2021, in aumento dell’8% rispetto al secondo trimestre, quando le uscite volontarie sono state 484mila. E in crescita del 27% rispetto allo stesso periodo del 2020, l’incremento rispetto al terzo trimestre del 2019 è stato del 18%, se si vuole prendere in considerazione un contesto di pre-pandemia.

I numeri, quindi, confermano che il fenomeno delle grandi dimissioni in Italia si sta facendo strutturale. E proprio la natura non più occasionale ma massiccia di questi dati permettere di dare un’idea più precisa di che cosa sta succedendo.

ragazza che presenta alla lavagna

La questione di genere

Già a novembre del 2021 sul Guardian la giornalista Moira Donegan si chiedeva se esistesse una questione di genere legata al fenomeno delle “Great Resignation” americane: “Durante la pandemia, le donne sono uscite dalla forza lavoro a un tasso doppio rispetto agli uomini e circa un terzo di tutte le madri lavoratrici ha ridimensionato o lasciato il lavoro da marzo 2020”.

Secondo Donegan questi dati non indicano scelte volontarie per “godersi” la vita ma si riferiscono a esigenze concrete, pratiche, come quella del non avere avuto nessuno che si occupasse dei figli tra scuole chiuse per quasi due anni, quarantene e mancanza di strutture per l’infanzia.

Quegli ultimi dati del ministero del Lavoro dicono che in Italia non c’è molta differenza tra uomini e donne sulle percentuali in aumento delle dimissioni: +27,6% per il sesso maschile e +25,5% per quello femminile. Ma la prospettiva cambia proprio quando entrano in gioco le dinamiche familiari. Secondo un rapporto dell’Ispettorato del Lavoro sulle dimissioni di lavoratori e lavoratrici con figli fino a tre anni, nel 2020 il 77,2% di quelle volontarie ha riguardato donne. Nel 2019 la percentuale era del 73%.

In Italia, infatti, il contributo delle donne non supera il 40% del reddito familiare e con la maternità una donna su sei esce dal mercato del lavoro. Sono le donne, infine, come mostrano anche gli ultimi dati Istat, ad avere i contratti più precari e la maggioranza di quelli part-time.

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I contratti precari

Dimettersi ha di certo a che fare con la crescente richiesta di flessibilità da parte dei lavoratori, che non sono più disposti ad accettare “l’inaccettabile” e inoltre pretendono un ambiente di lavoro sano (tra le cause delle dimissioni volontarie spicca il burnout e lo stress del non riuscire a conciliare vita privata e lavoro).

Questo vale soprattutto per le generazioni più giovani, propense anche a una diversa concezione del lavoro, più autonoma e intraprendente. Ma soprattutto in Italia, dove il tasso di disoccupazione giovanile rimane tra i più alti di Europa e i giovani sono i maggiori detentori di contratti precari, dimettersi non è un addio al posto fisso per cambiare vita.

L’aumento più corposo che si registra nei dati del ministero del Lavoro è nelle posizioni a tempo determinato. Nel periodo da aprile a settembre del 2021 rispetto allo stesso intervallo temporale del 2019, le dimissioni di chi aveva un contratto a tempo determinato sono cresciute del 22%. Quelle legate a contratti a tempo indeterminato invece sono aumentare del 9%.

Le uscite di chi aveva un contratto a tempo determinato rappresentano quindi il 53% del totale delle dimissioni, mentre quelle di chi lavorava con un contratto a tempo indeterminato il 26%. La maggior parte dei lavoratori che ha deciso di lasciare il lavoro, almeno in Italia, non l’ha fatto mettendosi alle spalle il posto fisso, ma un contratto precario.

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