L’idea di questo articolo nasce qualche mese fa quando “vittima” del mansplaining sono stata io stessa e… non ci potevo credere.

Ricordo ancora dov’ero – alla stazione Garibaldi da Milano – in attesa di un treno per andare fuori città. E in un mondo che si evolve e usa sempre più il digitale, quella spiegazione fatta da un uomo che ritiene che l’altra persona, donna, ne sappia di meno (questo è il mansplaining in poche parole) arrivò tramite un vocale su WhatsApp. Lungo, ben oltre 3 minuti (ascoltato per ingannare l’attesa), in cui la persona che partecipava con me a un progetto, mi spiegò delle cose senza che ce ne fosse alcun bisogno. Senza che io gliel’avessi chiesto e soprattutto in un campo in cui mi sentivo – e mi sento ancora – ferrata.

donna che pensa con gli occhi in su

La reazione è stata di incredulità più totale: “Ma è un caso di mansplaining sul lavoro?!”, mi chiedevo quasi spiazzata e cercando, piuttosto, di scacciare questa idea dalla mente e non ricadere in luoghi comuni forzati. E invece sì, lo era. E la conferma me la diedero tutte le ricerche che feci dopo su quando si attua il mansplaining.

Già, ma cosa significa fare mansplaining? E quanto, nel lavoro, questo tentativo di spiegare ed ergersi al di sopra degli altri – o meglio dire delle altre – può andare nella direzione del sessismo?

Cerchiamo di scoprirlo in questo articolo per capire come riconoscerlo ed evitarlo. E anche per comprendere quando una spiegazione è davvero tale e quando invece sconfina nella voglia, sottile e a volte inconsapevole, di sminuire la donna che si ha davanti.

Sommario:

Cosa significa fare mansplaining?

Stando alla definizione che ne dà la versione online dell’enciclopedia Treccani, per mansplaining si intende “l’atteggiamento paternalistico con il quale certi uomini pretendono di rappresentare e spiegare alle donne il loro stesso punto di vista e ciò che è lecito o non è lecito che le donne facciano”.

Com’è nata la parola mansplaining

Il termine che, diciamolo, in Italia non è ancora così noto (sarà forse dovuto a un inglese ostico e al fatto che il suono è quasi cacofonico?), è stato coniato nel 2008 dalla scrittrice Rebecca Solnit che, prima in un post sul suo blog e poi nel libro “Gli uomini mi spiegano le cose”, ha definito così quell’atteggiamento di alcuni uomini che sentono la necessità di dover spiegare qualcosa a una donna, nonostante questa non ne abbia bisogno perché esperta di quel determinato argomento.

Come racconta la stessa Solnit in un articolo pubblicato su Internazionale, anni fa si trovò in una situazione strana: invitata a una festa, alla sua conclusione si fermò a parlare con il padrone di casa, un uomo, come lei dice, “imponente e pieno di soldi” che esordì nella discussione dicendole: “Allora ho sentito che hai scritto un paio di libri”.

Lei rispose dicendo che, a dire il vero, ne aveva scritti molti. Con il tono di chi ha davanti una bambina, le chiese di cosa parlassero, lei si concentrò sugli ultimi, in particolare su uno relativo all’annichilimento e nominò Eadweard Muybridge (fotografo britannico, inventore del movimento in fotografia). Al che lui si illuminò e le disse “Ma lo sa che quest’anno è uscito un libro molto importante su Muybridge?”. Lei rimase spiazzata e cercò di ricordarsi se si fosse persa un libro sullo stesso argomento di cui aveva parlato nel suo ultimo lavoro, tutto questo mentre il padrone di casa, compiaciuto della sua conoscenza (che nasceva da una recensione e non dalla lettura diretta), continuava a decantare alcune parti di questo testo importante.

Peccato che il libro in questione fosse proprio di Rebecca Solnit, cosa che venne fuori quando l’amica Sallie, lo disse a voce alta, cercando di interrompere l’uomo. “Cercando”, appunto, perché lui non ascoltava e, quando capì cosa gli stessero dicendo, restò di sasso. Per quel che riguarda come il concetto di mansplaining è stato recepito nel nostro Paese, molto “illuminante” è la traduzione proposta dalla sociolinguista Vera Gheno, ossia “minchiarimento”. Mentre Fernando Picchi nel Grande Dizionario di Inglese di Hoepli, lo traduce con “spiegazione maschia”.

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Cos’è il mansplaining sul lavoro

L’episodio che ho voluto raccontare è emblematico del mansplaining sul lavoro. Le spiegazioni non dovute, chiariamolo, ci sono spesso: quando si presuppone che una donna non ne capisca nulla di motori e le si sciorinano i vari elementi che lo compongono o quando si pensa che non sappia come cambiare una ruota e magari lei è espertissima e aveva bisogno solo di un cric che non stava trovando.

Sono solo esempi, ma, quando questo voler spiegare le cose a chi ne sa, avviene sul lavoro, la disparità è doppia. Sappiamo tutti che molte donne – chi più chi meno – faticano a conciliare la maternità con il fare carriera o a ottenere “semplicemente” un part-time, così come ad avere uno stipendio uguale ai colleghi e persino le stesse occasioni, per non parlare dell’arrivare a ottenere certi ruoli. E poi, quando arrivano a ottenere quei ruoli, anziché essere trattate come i colleghi uomini, viene evidenziato (dai media e non solo) il fatto che siano donne e non sia così scontato essere dove sono. In questi giorni, per esempio, si parla di quella brava “regista donna” che è Paola Cortellesi.
In tutto ciò si colloca il mansplaining che, nel lavoro (e non solo), è la delegittimazione sottile – molto meno evidente, quindi, della differenza di stipendio o delle occasioni mancate – in cui si distingue solo per genere sessuale e non si pensa al valore e alla qualità delle persone. Della serie “sei femmina quindi non sai di cosa stai parlando”.

Vale per l’ambito della finanza, da che mondo è mondo sempre più “maschile”, dell’economia, dell’informatica, della meccanica ecc.. e, oggi, anche dell’Intelligenza Artificiale.
Falon Fatemi, attualmente CEO di Fireside, ha condiviso su Fast Company come in passato sia stata vittima di spiegazioni “paternalistiche non richieste” (il virgolettato è mio). Nonostante fosse la fondatrice e l’AD della società di AI Node, si trovava costantemente ad avere a che fare con uomini che le spiegavano in modo dettagliato come funzionasse il suo stesso software. E a essere spesso interrotta quando era lei a condurre la conversazione.

Questa smania di interrompere le donne è stata analizzata anche da un team di ricercatori e ricercatrici dell’Università di Stanford, come riporta il Sole 24Ore, che ha osservato cosa succede nei convegni e quanto tempo passa prima che una relatrice venga bloccata rispetto a un collega uomo. Per le donne, che espongono i propri studi in un seminario di economia della durata di un’ora, le interruzioni avvengono 6 minuti e 45 s