Ha ancora senso parlare di resilienza?

Fino a qualche anno fa, se ci pensate, la parola resilienza faceva parte del vocabolario di chi si occupava di ingegneria, psicologia e biologia. Prima della pandemia, avevamo imparato a guardare in modo favorevole a questo concetto che è ancora presente tra gli HR Trend che le società di consulenza per chi si occupa di risorse umane hanno stilato per il 2021. Anche il nostro Governo ha scelto la resilienza come punto di ri-partenza, tanto da chiamare il Piano Nazionale, proprio “di ripresa e resilienza”. Ma cos’è la resilienza? Abbiamo imparato che è adattarsi in modo positivo a un cambiamento. Ma nel suo significato originario, indica la capacità di alcuni materiali e di alcuni organismi di piegarsi senza spezzarsi, di automodificarsi per non soccombere.

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Abbiamo bisogno di persone che imparino in fretta come adattarsi al cambiamento

A dirlo è McKinsey che, a partire dallo scorso settembre, ha portato avanti un intenso lavoro di divulgazione circa la capacità delle persone di essere efficacemente resilienti. Nel report “What Now?” leggiamo infatti che le aziende che hanno affrontato meglio la pandemia – McKinsey le chiama “forward-thinking”, cioè che sanno esercitare un pensiero sempre puntato verso l’oltre, temporale e di progetto –  sono quelle che hanno investito sulla formazione, sulla modalità di inserire l’innovazione tecnologica, per potenziare relazioni e processi, e sul benessere delle persone.

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La resilienza come strategia per il next normal: i 10 punti di McKinsey

Sono quelle stesse aziende che hanno capito che ciò che è necessario nel next normal sono persone che possono imparare come prevenire il cambiamento, continuamente e velocemente. McKinsey cita 10 strategie per accompagnare ogni organizzazione verso questo punto di arrivo. 

1) Think of the return as a muscle. La ripresa non è una fase, ma un modo nuovo di operare. Perché non sappiamo cosa accadrà, è bene agire con proattività!

2) Date priorità alle azioni ad alto impatto tecnologico. Tutto ciò che è stato implementato per il lavoro e la collaborazione a distanza, soprattutto a livello tecnologico, non va abbandonato, ma può essere modificato per fare ulteriormente da propulsore a produttività e relazioni, anche quando torneremo a lavorare in presenza. 

3) Ready, set, go. La velocità e la flessibilità sono state due enormi sfide durante l’anno e mezzo di pandemia. È necessario divenire consapevoli di quanto abbiamo imparato per far sì che possa essere utile nel futuro a tutti i livelli dell’organizzazione. 

4) Rapid Revenue Recovery. Avere un piano per ripartire è fondamentale. Un piano capace di fare i conti con l’incertezza e la velocità e che sappia partire da quello che abbiamo imparato. Velocità, flessibilità, proattività, anti-fragilità e uno sguardo curioso sul mercato e i nuovi valori che stanno emergendo. 

5) Reframing the workforce. Le nostre persone hanno fatto uno sforzo grandissimo. Di adeguazione alle normative, di formazione personale e professionale, il tutto con la prole a casa o con la famiglia lontana. Abbiamo imparato a capire il valore delle competenze e a investire nella formazione e comunicazione a distanza. Cosa fare adesso? Continuare a puntare verso il miglioramento, cercando di capire come verificare le policy attuate durante la pandemia e mantenere quelle positive per le persone, la produttività e l’organizzazione.

6) Make bold portfolio moves.  Cosa iniziare, cosa concludere e cosa fare più velocemente nelle proprie strategie di business e amministrazione. È necessario muoversi per trovare un equilibrio tra come lavoravamo prima, come lavoriamo adesso, chiedendoci: come vogliamo lavorare? 

7) Reset technology plans. La tecnologia come modo per restare competitivi, per coinvolgere maggiormente le persone. E può aiutarci a prevenire i rischi.

8) Leadership for a new era. La domanda che McKinsey (ci) pone è: abbiamo veramente cambiato il modo di esercitare la nostra leadership, andando verso modelli più inclusivi e gentili, oppure non vediamo l’ora di tornare come eravamo prima? 

9) Take the lead on climate and sustainability. Quest’anno, abbiamo raggiunto il punto di non ritorno nel surriscaldamento globale. È responsabilità di tutti e tutte, organizzazioni comprese, fare scelte diverse per il futuro.

10) Make purpose part of everything. A livello di business, dobbiamo concentrarci sull’unicità delle nostre organizzazioni per comunicarle al meglio e aprire nuove conversazioni e relazioni con i nostri pubblici.

Speexx realizza progetti di formazione e valutazione linguistica blended a distanza per le aziende. Aiutiamo le grandi organizzazioni in tutto il mondo a incrementare la produttività attraverso il miglioramento delle competenze comunicative dei propri dipendenti.

Ha ancora senso parlare di resilienza?

La fine della pandemia non è arrivata. Non ancora. Da tempo ormai stiamo cercando di capire come affrontare il next normal e ciò che questi mesi ci hanno insegnato. Come sottolinea McKinsey, la priorità oggi è dare nuova energia alle organizzazioni, che devono imparare a prendere decisioni e ad agire, invece che a reagire solamente. Ha ancora senso quindi parlare di resilienza? Qualche giorno fa, il New York Times ha proposto in alternativa la rifioritura, in inglese flourishing, a indicare un’attitudine che porta effetti positivi alla motivazione e sulla salute mentale delle persone, perché ci porta a concentrarci su ciò che abbiamo dentro e a prendercene cura per poi avere un impatto verso l’esterno.

Di fioritura, parlando anche I filosofi Andrea Colamedici e Maura Gancitano nel loro “Prendila con Filosofia. Manuale di fioritura personale”. All’interno del testo si interrogano sulla resilienza; e sul suo utilizzo scrivono:

“Come i metalli che subiscono manipolazioni ma poi tornano uguali a come erano prima, così devi fare anche tu. L’idea malsana in questa interpretazione più diffusa del termine è quella di dover tornare a tutti i costi e il più in fretta possibile a una situazione di benessere. Adottarla senza spirito critico rischia di farci assorbire altre istanze: il rifiuto del dolore, della fatica, la mancata volontà di vivere la notte oscura, lo sforzo e l’incapacità di imparare a stare nelle difficoltà. La spinta a non concedersi mai uno spazio di buio e di oscurità: essere resilienti costringe a calcare perennemente il palcoscenico dell’esistenza senza potersi mai permettere il lusso di restare in disparte, di essere inefficienti, imperfetti, rotti. (…) Essere resilienti spesso rappresenta il desiderio che tutto ritorni a un mondo senza problemi, e non offre concrete azioni da compiere per cambiare le cose nel presente. Il problema è che questo atteggiamento porta, alla fine, a rendersi funzionali al mondo, che può così masticare e scaricare ciò che sei senza rischi e rimorsi: tanto sei resiliente, sai trarre il meglio da ogni cosa. Nulla ti tocca davvero. E così, a forza di assecondare i colpi della vita, a forza di fingere un piglio stoico senza esserlo davvero, come resiliente diventi semplicemente impotente”.

Non avrebbe, allora più senso, resistere?

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