Sbagliando si impara. Errori che fanno innovare

Nei giorni scorsi ho avuto occasione di parlare dell’errore in azienda durante un evento organizzato da Speexx Italia e sono qui oggi sul blog per raccontare a tutti i follower di Speexx le tematiche affrontate durante la serata svoltasi a Cascina Cuccagna a Milano.

Manager e leader corrono sul filo sottile dell’innovazione in azienda, alla ricerca di un equilibrio tra performance e sperimentazione; struttura e apprendimento; pianificazione e improvvisazione; velocità e lentezza; stimoli top down e bottom up. Non è compito facile, ma è la sfida del futuro. Ormai innovare è diventato prioritario anche per i nostri imprenditori, al primo posto nella classifica di Community media research realizzata per il Centro studi di Confindustria: innovazione, lavoro di team e benessere dei dipendenti sono riconosciuti come gli ingredienti del successo, mentre prima del 2008 la capacità di rischiare tout court era al primo posto. Ma per trovare soluzioni davvero nuove e utili a problemi inediti o a cambi di scenario e di paradigma, bisogna avere il coraggio di tentare strade nuove, con la possibilità di inciampare lungo il percorso. Concedersi di sbagliare può sembrare un lusso, ai tempi della velocità e della pressione sui risultati, ma il rischio di restare fermi e non cambiare è peggiore di quello di sbagliare per trovare soluzioni innovative.

Il cambiamento ormai è continuo e dev’esserlo anche la nostra capacità di adattamento. D’altronde, procedere per tentativi ed errori fa parte della storia dell’evoluzione dell’uomo e del progresso. L’errore è parte integrante dell’apprendimento, cadere e rialzarsi finché non si trovi il proprio equilibrio.
L’errore fa parte della ricerca scientifica che procede per prove ed errori e confuta le teorie che non funzionano, che non vengono confermate dalla pratica, ma prima le ha provate, le ha sperimentate. L’errore insomma è propedeutico all’innovazione, non solo scientifica, ma a quella di tutti i giorni a cui siamo chiamati nel nostro lavoro di professionisti e nelle aziende: trovare modi nuovi per rispondere a problemi inediti, o a condizioni e contesti mutati dove i metodi vecchi e le risposte solite non funzionano più. Lo dimostrano autorevoli ricerche: le aziende che fanno innovazione in modo continuativo sono quelle che favoriscono la collaborazione all’interno, apprendono dalla scoperta e dalla sperimentazione (quindi si danno la possibilità e lo spazio per porsi domande e tentare altre vie) e cercano soluzioni integrative.

Lo dimostra una ricerca decennale di Harvard, svolta sul campo e raccolta nel libro Il genio collettivo. La cultura e la pratica dell’innovazione (a cura di Linda Hill, Franco Angeli 2015), con i casi di Pixar, Google, Pfizer Legal Alliance, Ebay Germany, tutte aziende che dell’innovazione e dell’ecosistema necessario hanno fatto il proprio mindset. Lo confermano anche le neuroscienze che, se nel cervello si attivano sostanze chimiche di piacere e tranquillità (quindi anche il concedersi la prova e l’errore funzionali a un risultato migliore), si attivano anche i centri di apprendimento superiori e arrivano idee più brillanti, si trovano soluzioni innovative ai problemi, si imparano più facilmente cose nuove. Nel libro Il vantaggio della felicità (Palo Alto 2012) Shawn Achor, un altro professore di Harvard, si riferisce proprio a quegli ambienti di lavoro dove non solo si lavora ma si favorisce il relax, il gioco e il pensiero laterale, senza pressione continua o unica sui risultati, per garantirsi anche una maggiore produttività.

Concludo, approfittando del blog, per ringraziare i partecipanti alla serata organizzata da Speexx, un momento di confronto e networking per gli specialisti delle Risorse Umane presenti.

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